La stabilità dei contratti di prestazione sportiva tra calciatori professionisti e club

Il tema dei rapporti contrattuali aventi ad oggetto la prestazione sportiva professionistica tra calciatori e club è stato, e continua ad essere, oggetto di attenzione da parte, in primis, della FIFA.

Con il Regolamento sullo Status ed il Trasferimento dei calciatori (da qui ‘Regolamento’) la FIFA stabilisce le norme globali che regolano lo status dei calciatori ed il loro trasferimento tra club appartenenti a Federazioni di nazionalità differenti, laddove, invece, il trasferimento di calciatori tra società appartenenti alla stessa Federazione è disciplinato da apposite norme emanate da ogni singola Federazione, sempre nel rispetto della normativa della FIFA.

Alle singole Federazioni è, altresì, demandato il compito di indicare le regole per la risoluzione delle controversie tra club e calciatori, con l’obbligo di indicare nella propria normativa i mezzi adeguati volti alla tutela della stabilità contrattuale, nel rispetto del diritto nazionale imperativo e dei contratti collettivi di lavoro.

In particolare, i principi cardine del Regolamento che le Federazioni devono recepire nella propria normativa sono i seguenti:
rispetto dei contratti (art.13); rescissione per giusta causa (art.14) e giusta causa sportiva (art.15); impossibilità di risolvere i contratti durante il corso della stagione sportiva (art.16); obbligo di risarcimento, con l’applicazione di sanzioni sportive alla parte inadempiente, in ipotesi di risoluzione del contratto senza giusta causa (art. 17).

Ma quali sono i criteri per la validità di un contratto tra una società professionistica ed un calciatore?

A livello internazionale, gli Organi competenti hanno stabilito, tramite la giurisprudenza del Tribunale Arbitrale dello Sport (da qui ‘TAS’), che affinché un contratto sia valido è sufficiente che questo contenga i seguenti punti essenziali: denominazione delle parti, firma, durata e rispettivi obblighi e diritti.

Considerare valido un contratto corredato anche solo di questi 4 elementi essenziali, si giustifica con la necessità di garantire esistenza ed efficacia del negozio stesso e, conseguentemente, una parità di trattamento nella tutela degli interessi ivi regolati.
Se ci si basasse, invece, sul criterio di collegamento individuato, a mero titolo semplificativo e non esaustivo, nel luogo dove sorge la disputa e/o sulla base della nazionalità del calciatore, si correrebbe il rischio di applicare un regime normativo che, in assenza di più stringenti requisiti, priverebbe le parti delle corrette tutele, incidendo, finanche, sull’efficacia del negozio in questione.
A tal riguardo, la giurisprudenza del TAS ha identificato i principi generali che prevalgono sulle normative di rango nazionale: ad esempio, non costituiscono ragione di nullità o invalidità il mancato utilizzo di un formulario standard, qualora sia previsto a livello nazionale, così come la mancata registrazione presso la Lega e/o Federazione, qualora questo passaggio sia richiesto dalla normativa nazionale.

Contrariamente, l’art. 93 delle vigenti Norme Organizzative Interne della Federazione Italiana stabilisce espressamente che i contratti che regolano i rapporti economici e normativi tra le società ed i calciatori professionisti o gli allenatori devono essere conformi al “tipo” previsto dagli accordi collettivi con le Associazioni di categoria e redatti su appositi moduli forniti dalla Lega di competenza presso la quale, inoltre, devono essere depositati.

Atteso che, com’è evidente, la ratio di alcune norme trae origine dal nostro diritto civile e del lavoro, cui si affiancano le necessarie peculiarità richieste dalle esigenze insite nell’Ordinamento sportivo, per il risvolto pratico di particolare cogenza, il primo principio, contenuto nell’art. 13, è quello del pacta sunt servanda, in base al quale il contratto ha forza di legge tra le parti fino al suo termine, salvo ipotesi di scioglimento ammesse dalla legge o per mutuo consenso.

Con riferimento allo scioglimento del vincolo negoziale, di preminente rilievo è il principio della giusta causa: chi la invoca ha il diritto di sciogliere unilateralmente contratto senza subirne conseguenze. La giusta causa, infatti, sussiste proprio in ragione di un certo tipo di violazione delle norme negoziali ad opera dell’altra parte. Quest’ultima, in base all’obbligo di indennizzo (‘compensation’), è tenuta a ristorare la controparte.
La giusta causa, quindi, è un punto essenziale della stabilità contrattuale.

Tuttavia, il regolamento FIFA non contiene un elenco tassativo di cause che possano assurgere a giustificatrici dello scioglimento anticipato del vincolo negoziale da parte di un club o di un calciatore, risultando difficile prevedere tutti gli scenari che si possono verificare nei rapporti tra un club ed un calciatore.
Alla mancanza di tale definizione ha sopperito la giurisprudenza che, prendendo spunto dalle decisioni del TAS, ha fornito una definizione generale secondo cui sussiste una giusta causa ogni qualvolta la controparte abbia violato gli obblighi contrattuali con una certa severità.

Il focus, allora, non potrà che essere spostato sul requisito di fonte giurisprudenziale della “certa severità”, per il riscontro della quale occorrerà valutare la situazione concreta dal punto di vista di una terza parte virtuale, analizzando oggettivamente la relazione tra il calciatore e la società.
La giusta causa, quindi, potrà essere riconosciuta ogniqualvolta non risulti ragionevole aspettarsi che la parte che ha deciso di mettere fine al contratto avrebbe continuato ad adempiere al contratto stesso nonostante le significanti e ripetute violazioni poste in essere dall’altra parte.

Ad ogni buon conto, va sottolineato che dal 1° giugno 2018 il Regolamento aiuta le parti del contratto prevedendo due esplicite violazioni qualificabili come giusta causa.

La prima, prevista dall’art. 14 comma 2, si riferisce alla condotta abusiva, da intendersi come quel comportamento, evidentemente vessatorio, che induce l’altra parte a voler porre fine al contratto di comune accordo ovvero a modificarne i termini. L’aver codificato questa previsione che era di natura giurisprudenziale, ha portato ad un evidente certezza del diritto.

La seconda, prevista dall’art. 14 bis, che stabilisce che se ad un calciatore non viene pagato il salario – e ci si riferisce solo al salario, non anche ad eventuali bonus – durante la stagione sportiva per almeno due mensilità consecutive, sussisterà una giusta causa per porre fine al contratto a condizione che, tuttavia, il calciatore abbia precedentemente messo in mora il club, assegnandogli un termine di 15 giorni per adempiere.

Passando a principi di carattere peculiare rispetto ai settori dell’ordinamento civilistico e/o lavoristico, il più rilevante in termini di stabilità contrattuale consiste nel prevedere la giusta causa sportiva (differente rispetto alla giusta causa), quale motivo legittimante la risoluzione unilaterale di un contratto tra calciatore e club. L’art. 15 del summenzionato Regolamento, infatti, stabilisce che se un affermato calciatore professionista, nel corso della stagione, è apparso in meno del dieci per cento delle partite ufficiali in cui ha partecipato il club di appartenenza, questi può rescindere anticipatamente il suo contratto per motivi sportivi. Anche in questa ipotesi, l’esistenza di una giusta causa sportiva dovrà essere accertata caso per caso, avuto riguardo alle circostanze che hanno causato la mancata disputa del numero minimo di gare da parte del calciatore.

Nei casi in cui sussista la giusta causa sportiva, il Regolamento stabilisce che non devono essere comminate sanzioni sportive, sebbene possa essere dovuto un risarcimento.

Altro principio di natura prettamente “sportiva” è quello della responsabilità solidale del nuovo club: qualora un calciatore si sottragga agli obblighi contrattuali, determinando il venir meno del contratto stesso in assenza di giusta causa, e sia chiamato a pagare un indennizzo alla società che ha subito lo scioglimento del vincolo negoziale, la nuova società sarà automaticamente chiamata al pagamento della compensazione, in solido con il calciatore.

L’ultima specificità consiste, invece, nella previsione di ulteriori sanzioni sportive in aggiunta al pagamento dell’indennizzo previsto. Esse consistono, per il calciatore, nel divieto di partecipare a gare ufficiali per un periodo di tempo che va dai 4 ai 6 mesi; per la società, nel divieto di iscrivere nuovi calciatori sia a livello nazionale che internazionale per due periodi di iscrizione.

L’applicazione di tali sanzioni è prevista non solo per il calciatore e/o club che interrompa il contratto nel cd. periodo di grazia (o periodo protetto) – consistente nei primi due o tre anni -, ma anche per il nuovo club che abbia indotto il calciatore ad interrompere, senza giusta causa, il suo contratto.

Sul punto è importante sottolineare che il Regolamento prevede un capovolgimento dell’onere della prova, assumendo che il club presso cui è stato registrato il calciatore che ha precedentemente interrotto un contratto senza giusta causa abbia indotto il calciatore a compiere l’azione illecita.
Non sarà quindi il club danneggiato a dover provare l’induzione da parte del nuovo club allo scioglimento del rapporto negoziale da parte del calciatore, bensì la società subentrante a dover provare di non aver posto in essere comportamenti di tal specie. Tutte queste specificità, aggiunte ai principi mutuati dal diritto di civile e del lavoro, sono state incluse nel Regolamento per aumentare il grado di stabilità del contratto di prestazione sportiva.

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