Quando di “green” non c’è solo il rettangolo di gioco

Con il decreto n.1 del 7 gennaio 2022 sono state previste le nuove “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro. Dal 15 febbraio 2022, a tutti i lavoratori del settore pubblico e privato, che abbiano già compiuto i 50 anni di età, è richiesto il green pass rafforzato, che si ottiene unicamente o col completamento del ciclo vaccinale o con l’avvenuta guarigione dal virus. La durata dell’obbligo è prevista fino al 15 giugno 2022. È, invece, previsto l’obbligo di vaccinazione per coloro che hanno compiuto più di 50 anni di età e che non lavorano.

Il green pass base servirà ancora, invece, per andare a lavorare per chi non ha compiuto 50 anni, nonchè, dal 20 gennaio 2022 per accedere alla maggior parte dei servizi alla persona. Tutto questo almeno fino al 31 marzo, quando cesserà lo stato di emergenza.

Quali conseguenze sono previste per i lavoratori per il mancato possesso della certificazione de qua?

Lo stesso decreto all’art. 1, commi 4 e 5, prevede  che  “I lavoratori nel caso in cui comunichino di non essere in possesso della certificazione verde COVID-19 di cui  al comma 1 o che risultino privi della stessa al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro, al fine di tutelare la salute e  la  sicurezza  dei lavoratori  nei  luoghi   di   lavoro,   sono   considerati   assenti ingiustificati, senza conseguenze disciplinari  e  con  diritto  alla conservazione del rapporto di lavoro, fino alla  presentazione  della predetta certificazione, e comunque non oltre il 15 giugno 2022”.

Inoltre si statuisce che “per i giorni di assenza ingiustificata di cui al primo periodo, non sono dovuti la retribuzione nè altro compenso  o  emolumento,  comunque denominati” e che è vietato l’accesso dei lavoratori non vaccinati ai luoghi di lavoro in violazione del suddetto obbligo.

Cos’è previsto per i lavoratori dello sport?

Dal 10 gennaio 2022 il Super Green pass è obbligatorio per praticare attività sportiva o motoria sia all’aperto che al chiuso. Rientrano anche gli sportivi professionisti?

Tra le FAQ del Governo la risposta è decisiva: il super green pass sarà obbligatorio anche per gli atleti agonisti o di rilevanza nazionale che accedono ai servizi e attività per i quali la normativa lo prevede. Dunque in Serie A servirà il Green pass anche solo per accedere alle strutture sportive e agli allenamenti.

Il problema sorge per quei calciatori non vaccinati, anche perché se tra i membri dello staff, allenatori, preparatori etc. è più facile trovare gli over 50 che sono obbligati di per sé al compimento del ciclo vaccinale, ciò non accade per gli under 50 e quindi per i calciatori.

Importanti conseguenze giuridiche potrebbero sorgere sul piano del rapporto di lavoro tra calciatore e società dal momento che la conseguenza immediata, secondo la normativa italiana sopra richiamata, sarà pertanto l’impossibilità della società di schierare in campo il proprio tesserato e, pertanto, l’impossibilità di usufruire della sua prestazione.

Può pertanto considerarsi il rifiuto al vaccino un inadempimento contrattuale?

A parere di chi scrive, ponendo l’attenzione sulla Serie A, ci viene in soccorso lo stesso l’Accordo collettivo Tra FIGC, lega Nazionale Professionisti Serie A e l’Associazione italiana calciatori (A.I.C.) in tema di tutela sanitaria, che, all’art. 9, prevede, tra le altre norme, che il calciatore curi “la propria integrità psico-fisica in funzione delle prestazioni sportive che è tenuto a fornire e deve astenersi da qualsiasi attività che possa mettere a rischio la sua incolumità e la sua migliore condizione psico-fisica”. E si legge ancora che “Le Società e i Calciatori sono tenuti alla stretta osservanza delle disposizioni di legge, del CONI e della FIGC in materia di tutela della salute”.

In senso lato, dunque, rifiutarsi di sottoporsi alla somministrazione del vaccino anti Sars-Cov-2 che a tutt’oggi costituisce misura sanitaria atta a depotenziare la diffusione del virus, potrebbe rientrare in una mancata osservanza degli obblighi di tutela della salute contemplati nell’Accordo collettivo, essendo il calciatore tenuto ad evitare di mettere a rischio la sua incolumità e la sua migliore condizione psicofisica.

Nello stesso accordo collettivo, tra le altre sanzioni (ammonizione scritta; multa; riduzione della retribuzione; esclusione temporanea dagli allenamenti o dalla preparazione precampionato con la prima squadra) risulta,  oltretutto, applicabile la risoluzione del contratto per il “calciatore che sia venuto meno ai suoi obblighi contrattuali verso la Società, ovvero agli obblighi derivanti da Regolamenti Federali, fonti normative, statuali o federali, che siano rilevanti con la, o integrative della, disciplina contrattuale”.

A parere di chi scrive l’interpretazione da dare è che essendo i calciatori lavoratori subordinati e quindi tenuti alle relative prescrizioni contrattuali, nonché secondo quanto ha replicato il Dipartimento ministeriale dello Sport alle varie domande rivolte, la certificazione verde “rafforzata” è prevista “anche per gli atleti agonisti o di rilevanza nazionale”.

D’altro canto, la stessa Corte costituzionale con sentenza del 23.05.1994, n. 218, più volte venuta in soccorso in controversie lavorative in fase di pandemia, ha statuito che «la tutela della salute non si esaurisce tuttavia in queste situazioni attive di pretesa. Essa implica e comprende il dovere dell’individuo di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui, in osservanza del principio generale che vede il diritto di ciascuno trovare un limite nel reciproco riconoscimento e nell’eguale protezione del coesistente diritto degli altri».

In attesa di vedere come decideranno di agire le società con i calciatori privi di super green pass, ci si augura, dunque, che la situazione si normalizzi quanto prima.

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